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25 novembre, 2006

BUS STOP!


Via Ponte di Casanova, uscita scuola media.

FUMA!


Una mattina ti svegli, ti affacci e lo vedi... fuma!
Allora maledici Calderoli e soffri per quella che sarà la sua felicità.
Tristemente, ripensi a Giorgio Bocca e alle sue iettature.
Po', da buon partenopeo, incominci ad adeguarti e cerchi i possibili lati positivi della situazione. Lati positivi che sono sempre presenti, anche nelle tragedie. E se avessero ragione? Magari è la volta che diventiamo una città europea..:-(

18 luglio, 2006

Dalle Reti Civiche alla carta Costituzionale per Internet

Il convegno di Venezia dello scorso 28 giugno è stata una straordinaria occasione di confronto e discussione su 10 anni di reti civiche nel nostro paese. Raramente era successo, che i responsabili delle più grandi reti civiche italiane e alcuni dei maggiori pensatori ed esperti del settore del nostro paese, potessero confrontarsi liberamente, sul futuro di queste esperienze. Il sindaco-filosofo di Venezia, Massimo Cacciari, che in passato non aveva nascosto le sue perplessità sulle reali potenzialità della rete, riconoscendo, in questa occasione, il ruolo avuto dalle reti locali pubbliche, quali strumenti di conoscenza e di democratizzazione del sistema politico amministrativo, ha, come al solito, sorpreso un po’ tutti.
Il suo intervento è stato essenzialmente un susseguirsi di domande “fondamentali” sul ruolo della rete e sul significato di “democrazia elettronica”. Chi pensava che Cacciari potesse esprimere le sue argomentazioni su concetti empirici e di “alta” levatura si è sbagliato.
Cacciari ha parlato soprattutto come politico e amministratore, sottoponendo alla platea problematiche concrete e argomentazioni che sono il pane quotidiano di chi ha il compito di gestire la cosa pubblica. Il Sindaco di Venezia ha sostanzialmente posto due domande, che partono da un unico presupposto. Il presupposto è che oggi la rete, nonostante il ruolo svolto dalla Pubblica amministrazione in questo settore, è lontana dall’ essere quel Agorà democratica tanto auspicata. Primo perchè l’accesso alla rete non è ancora garantito a tutti e resta limitato ad una minoranza, secondo, perchè la rete non è per nulla una struttura democratica, nella quale tutti riescono a muoversi in piena libertà, ma un complesso di poteri forti e di spinte anarchiche. Allora Cacciari si è chiesto e ci ha chiesto: è possibile pensare ad una reale capacità di penetrazione della rete nella Pubblica amministrazione senza un vero cambiamento nella struttura politica e organizzativa del nostro paese fatta anche di poteri politici e sindacali tuttora resistenti all’innovazione?
E ancora: veramente possiamo pensare che la rete sia capace di governarsi da sola e che alla fine il processo tecnologico, ancora da solo, sarà capace di rendere la rete uno spazio democratico e libero, sconfiggendo censure, interessi politici e poteri forti?
Il tema è stato immediatamente colto da Stefano Rodotà che nel suo intervento ha riproposto ed ha provato a rispondere alle stesse domande. Dobbiamo arrenderci all’attuale struttura “non democratica” della rete e fidarci delle virtù di Internet? E’ sufficiente analizzare i problemi di Internet partendo dalla tradizionale interpretazione libertaria, che “vede la Rete come spazio intrinsecamente anarchico, per sua natura insofferente d’ogni regola, capace di ristabilire autonomamente la libertà violata”? Rodotà ha, di fatto, ribadito quanto più volte da lui affermato: le regole già ci sono, e pesanti, e vengono rafforzate da inquietanti alleanze tra Stati e imprese, divenendo strumenti limitativi della libertà.
Rotodà non ha dubbi: “non si possono far prevalere in Internet le logiche puramente di mercato”, deprimendo le utilizzazioni “civiche” e facendo nascere vecchie e nuove forme di censura. Non si può recintare la conoscenza, attribuendo un primato a superate logiche proprietarie. Non si può, in definitiva “far sì che le tecnologie del controllo oscurino quelle della libertà“. Ne tanto meno illudersi che le logiche della rete, da sole, saranno capace di imporre un ordine etico, libero e democratico. Insomma, per Rotodà, occorre definire regole uniche, valide in ogni paese, per ogni utente o azienda: una Costituzione per Internet.
Rotodà, che con pazienza, ha voluto ascoltare tutti gli interventi dei partecipanti, anche quelli dei primi della classe (noiosamente bravissimi è poi entrato direttamente nell’argomento all’ordine del giorno. Le reti civiche, ha ricordato Rotodà, hanno contribuito alla nascita di un nuovo spazio pubblico, forse il più grande spazio pubblico che l’umanità abbia conosciuto. Dove globale e locale trovano forme nuove di manifestazione e d’incontro.
Queste esperienze sono state in parte anche la reazione al rischio del trasformarsi della democrazia elettronica nella forma politica congeniale al populismo ed alla logica plebiscitaria, spostando l’attenzione sulla dimensione locale, quella che ha definito come “democrazia di prossimità“. Esse si presentavano come il “miglior antidoto alla riduzione della partecipazione dei cittadini ad un simulacro di potere e di sovranità, con le loro voci chiamate a manifestarsi solo per dire un sì o un no a soluzioni messe a punto da altri”.
Insomma, grazie alle reti civiche, la conoscenza diretta dei problemi e la maggior vicinanza con gli amministratori hanno posto le premesse per “una partecipazione critica e consapevole” e per questo più “esigente”. La democrazia elettronica dunque, per Rotodà, è prima di tutto un luogo di produzione e diffusione di conoscenza.
Questa dimensione si presenta anche però, come la porta per accedere alla dimensione globale, dove esercitare ulteriormente le opportunità di partecipazione. Il “diritto ad Internet” interroga le amministrazioni locali e si presenta come un aspetto essenziale della cittadinanza elettronica.
La speranza di un futuro pieno di efficienza amministrativa, è stato sottolineato, non deve distoglierci da alcune problematiche. Innanzitutto il moltiplicarsi di strumenti di controllo sempre più invasivi e capillari. Il rischio concreto che l’e-government, l’amministrazione elettronica, possa evolversi senza tener conto della contemporanea compressione di diritti individuali e collettivi, “motivata con esigenze di efficienza o di sicurezza”.
Occorre sempre ricordare, ha precisato Rotodà, che “non si può costruire una partecipazione separata da un rigoroso rispetto di tutti i diritti dei partecipanti. Non è possibile separare la questione dell’e-government da quella dell’e-democracy.”
“Non si può - ha infine concluso Rotodà - in nome dell’efficienza, modellare il rapporto tra le amministrazioni e i loro cittadini adottando il solo criterio della “soddisfazione del consumatore” o seguendo la via pericolosa di grandi collegamenti tra le banche dati in mano pubblica”. Un esplicito riferimento al recente protocollo d’intesa firmato dai Ministri del nuovo Governo Prodi per unificazione della rete della P.A.

28 giugno, 2006

Dieci anni di telematica civica in Italia. Fra utopia e disincanto

Si terrà a Venezia, il prossimo 28 giugno 2006, un convegno su “Dieci anni di telematica civica in Italia. Fra utopia e disincanto”. “Utopie, riflessioni, proposte, problematiche per ripensare il futuro della telematica civica”
Dieci anni, sembra un secolo.
Dieci anni fa, sulla spinta di una riforma della pubblica amministrazione che tutti aspettavano da 40 anni, un manipolo di folli diede avvio, nel nostro Paese, a quello straordinario processo di ammodernamento del rapporto tra P.A. e cittadini che, utilizzando le moderne tecnologie informatiche, doveva, nelle intenzioni, garantire trasparenza e fiducia nei processi amministrativi. Erano tempi in cui l’Italia, lentamente, tentava di uscire da tangentopoli e la rete sembrava un’occasione straordinaria per ridare credibilità anche al mondo politico ed alla sua gestione della cosa pubblica.
Internet era, o sembrava essere, la panacea di tutti i mali. Grazie al Web i Comuni, le Regioni, le Province, ma anche i Ministeri potevano diventare, si disse, delle case di vetro, capaci, in quanto tali, di garantire la tanto auspicata trasparenza amministrativa.
Qualcuno si spinse anche oltre, immaginando una forma di democrazia evoluta, possibile attraverso l’uso diffuso della rete, tanto che fu coniato l’italianissimo concetto di “democrazia elettronica”.
Attraverso le prime Reti Civiche sembrava si realizzasse un processo che aveva le sue radici in profondi valori Etici.
Finalmente, pensammo, poteva finire l’incubo kafkiano della legge che non ammette ignoranza. “E’ estremamente penoso – aveva scritto Kafka nel 1920 - essere governati sulla base di leggi che si ignorano”.
La rete offriva la possibilità di trovare una cura ai mali dell’incomunicabilità tra governanti e governati.
Nella sua natura di “utopia della comunicazione trasparente”, la prima fase dell’innovazione tecnologica della P. A. fu condotta sulla base di tre principi guida:

• Il libero accesso all’informazione è un diritto
• La trasparenza non è metodo ma obbligo
• La partecipazione è l’unico strumento per recuperare credibilità ma anche efficienza.

Un quarto principio, direttamente derivato dal dettato costituzionale, che sancisce che tutti (e quindi anche la Pubblica amministrazione) hanno il diritto di informare, in quella prima fase non trovò grande attenzione. In seguito fu invece quel bisogno di informare a farla da padrone.

Nel ‘99 ci ritrovammo a Parma in tanti, tra operatori e amministratori, e qualcuno ancora ricorda che iniziò forse proprio da lì la fase due, quella che vedeva muoversi intorno alle potenzialità della rete finalmente interessi veri.
Gli innovatori della pubblica amministrazione, fino ad allora trascurati e spesso ignorati da aziende e politici, diventavano di colpo oggetto di grande interesse e qualcuno incominciò a chiedersi se l’internet della P.A. non fosse una cosa troppo seria perché la si lasciasse nelle mani di “informatici” e apprendisti stregoni della comunicazione.
Qualcuno aveva fiutato il business, qualcun altro aveva intuito che la rete poteva anche essere un grande strumento per creare consenso.

Poi arrivò, nel 2000, la legge sulla comunicazione istitituzionale, la mitica 150, e tutte le buone intenzioni etiche divennero legge. E così l’etica, che fece muovere le prime sperimentazioni, lentamente sparì dentro la gazzetta ufficiale.
Le “cure” per una P.A. ritenuta malata di “incomunicabilità” si fecero più pesanti, si agì a colpi di investimenti e di scienziati della comunicazione assoldati a caro prezzo. Cure fatte di portali nuovi di zecca, pieni di notizie su cosa fa la politica, in cui, però, per trovare quello che t’interessa ci metti di più che chiamare l’amico nella segreteria dell’assessore.
Qualcuno dimenticò insomma che la comunicazione istituzionale non dovrebbe avere target e che il marketing della P.A. è scienza inesatta e si lanciò nella realizzazione di nuovi strumenti di propaganda online che andavano ad alimentare ulteriormente il sistema già viziato tra media e P.A. Tutto questo trascurando i veri strumenti di partecipazione democratica che pure la rete consentiva di realizzare. Anche i valutatori (Censis Rur) hanno fino ad oggi giudicato i siti della P.A. soprattutto sulla base di parametri che non tengono conto dei valori etici dovuti alla comunicazione istituzionale ma solo delle ottime tecnologie usate.
Insomma, negli ultimi anni, molti errori, nella presenza nella rete della P.A., sono stati commessi e molti a nostro avviso sono riconducibili alla perdita di quei valori etici che erano all’origine del processo di innovazione.

Anche di questo ci ritroveremo a discutere a Venezia. Fatto curioso, i quattro responsabili di reti civiche invitati a relazionare in quella sede, sono ancora gli stessi di 10 anni fa. E come dieci anni fa, ancora una volta, è un filosofo, oggi sindaco, che ci chiama a discutere e a riflettere sul futuro della telematica civica. Significherà qualcosa?

02 febbraio, 2006

L'ARAN DEVE APRIRE LA TRATTATIVA


UFFICI STAMPA: ECCO LA MOTIVAZIONE DELLA SENTENZA
La Federazione Nazionale della Stampa Italiana comunica:"La trattativa per il contratto dei giornalisti degli uffici stampa pubblici, secondo quanto recita la legge 150/2000, si deve fare e l’Aran deve ammettere la Fnsi al tavolo. Questo è ciò che afferma la motivazione della sentenza del Tribunale del Lavoro di Roma del novembre scorso, oggi resa pubblica e che conferma le ragioni della Federazione della Stampa. Nella vertenza che oppone il Sindacato dei giornalisti, in rappresentanza di migliaia di colleghi degli uffici stampa in tutta Italia, e l’Agenzia per la contrattazione nel pubblico impiego si comincia quindi a fare chiarezza. Ciò che il legislatore prima, due ministri della Repubblica e nove interrogazioni parlamentari di maggioranza ed opposizione poi hanno sostenuto, oggi viene esplicitamente e chiaramente espresso dalla Magistratura del lavoro: la legge 150 /2000 sulla informazione e comunicazione pubblica è una legge speciale e per questo deroga alle norme che regolano la rappresentanza sindacale nella pubblica amministrazione e che prevedono la titolarità delle Confederazioni sindacali. "La controversia – dice la motivazione – deve essere risolta con la piana applicazione del principio di specialità nella sua portata tradizionale: la norma speciale deroga a quella generale". "Trattandosi di professionalità specifiche e specializzate – continua il giudice del lavoro Gualtiero Michelini – rispetto alle altre del pubblico impiego il legislatore ha ritenuto necessario stabilire espressamente il coinvolgimento delle organizzazioni rappresentative della categoria dei giornalisti nell’ambito di una speciale area di contrattazione per il negoziato collettivo su specifici aspetti del personale facente parte di tali uffici stampa". "Tale disciplina speciale – continua la motivazione – rimane diversa da quella dei professionisti degli enti pubblici iscritti agli albi non essendo imposto dal sistema che sia adottata la medesima soluzione per le diverse situazioni speciali" Inoltre il giudice afferma che le considerazioni dell’Aran non possono essere considerate come vincolanti e obbligatorie. "Il ricorso – conclude la motivazione – deve essere accolto con conseguente declaratoria del diritto della Fnsi a partecipare alle trattative relative all’individuazione ed alla regolamentazione dei profili professionali negli uffici stampa presso le pubbliche amministrazioni". Il sindacato dei giornalisti ha inviato copia della sentenza al ministro della Funzione Pubblica, Mario Baccini ed al presidente dell’Aran, Guido Fantoni richiedendo nuovamente la immediata apertura del confronto".

03 gennaio, 2006

Gente del sud!

ANSA) - NAPOLI, 3 GEN - "La gente del Sud è più buona ed intelligente". Ecco spiegato, con grande affabilità, uno dei motivi del feeling tra la signora Franca Ciampi e i napoletani. La coppia presidenziale arrivata al museo di San Martino di Napoli per la prima visita in questa terza giornata partenopea appare particolarmente distesa e cordiale con chi l'attende nel suggestivo piazzale di San Martino. E qui, infatti che la signora Franca racconta di aver iniziato ad amare il sud già in occasione del primo viaggio fatto con suo padre: "Da Reggio Emilia a Roma, poi Napoli e Bari. Ed è da allora, da quel primo viaggio - ha spiegato la signora Franca - amo profondamente il Sud". Ciampi e la moglie saranno i primi a poter vedere un altare del '400 , ritrovato nella chiesa di S. Eligio al Mercato, e ricostruito. La coppia vedra' poi i presepi e l'esposizione dedicata a Domenico Morelli.(ANSA).

02 gennaio, 2006

TMP:sicurezza, sicurezza...

Molti produttori DI pC, soprattutto portatili, hanno già annunciato la messa in produzione di nuovi computer dotati di TMP (Trusted Module Platform).Gran parte delle macchine disponibili nei prossimi mesi saranno dotate di un chip di controllo, pensato da un consorzio di grandi produttori software (MS) e hardware (AMD, HP, IBM ecc) che parrebbe essere un semplice add-on dedicato alla sicurezza per evitare i furti. In realtà il chip permette un controllo molto ampio sui nostri computer e sulle nostre attività. Attraverso TMP non solo è possibile sapere cosa fa un ipotetico ladro col nostro laptop, ma che cosa facciamo noi primancora che lo rubino, se mai ciò succedesse.Cosa davvero inquietante è sapere che i fornitori di hardware potranno, insieme a quelli di software, sapere come usiamo il pc e quali programmi ci facciamo girare sopra.Ma solo loro avranno accesso a queste informazioni che ci assicurano saranno potrettissime? E perchè governi e autorità di polizia non potrebbero incuriosirsi sulle potenzialità di un tale facile strumento di controllo?

Ombre


La comunicazione unidirezionale è come un gioco di ombre cinesi. Puoi rappresentare la realtà, poi far vedere quello che non c'è o non esiste , puoi creare mostri. Il tutto avviene dietro un velo, lo spettatore può solo immaginare che quanto vede non è la realtà o lasciarsi trasportare nella narrazione del rappresentato. Il gioco delle ombre cinesi è corretto lo spettatore può sceglere se abbandonarsi alla fantasia o restare ancorato alla visione artistica. La comunicazione di marketing (privata, pubblica, politica, istituzionale) è invece un gioco falsato. Il pubblico ha il dovere di crederci perche non la scegle come spettacolo, ma fa parte dei segnali che devono indicargli la strada nel buio della conoscena.